K metro 0 – Damasco – Aveva appena 15 anni quando, nel 2011, insieme ad alcuni compagni di scuola scrisse sui muri di Daraa slogan contro il dittatore Bashar al-Assad. Per quel gesto, Mouawiya Syasneh fu arrestato e torturato. Quindici anni dopo, si è ritrovato in un’aula di tribunale, davanti a uno degli uomini indicati
K metro 0 – Damasco – Aveva appena 15 anni quando, nel 2011, insieme ad alcuni compagni di scuola scrisse sui muri di Daraa slogan contro il dittatore Bashar al-Assad. Per quel gesto, Mouawiya Syasneh fu arrestato e torturato. Quindici anni dopo, si è ritrovato in un’aula di tribunale, davanti a uno degli uomini indicati come responsabili delle violenze subite.
Sul banco degli imputati è comparso Atef Nayib, ex capo della Sicurezza politica di Daraa e cugino dell’ex presidente siriano. Si tratta del primo processo celebrato in Siria contro un esponente di primo piano del vecchio regime. Bashar al-Assad, rifugiato in Russia dopo la caduta del suo governo, è imputato in contumacia insieme al fratello Maher e ad altri sei ex alti funzionari, tra cui l’ex ministro della Difesa Fahd al-Freij. Tutti devono rispondere, a diverso titolo, della repressione delle proteste scoppiate nel 2011. Lo riferisce RTVE Noticias.
Per Syasneh, vedere a distanza di anni Nayib nel box degli imputati ha avuto un significato profondo. L’ex responsabile della sicurezza era stato arrestato nella provincia costiera di Latakia, storica roccaforte della famiglia Assad e della comunità alauita, dopo essere rientrato in Siria dal Libano.
Secondo l’accusa, i nove imputati avrebbero partecipato a una campagna organizzata contro la popolazione civile. Tra le contestazioni figurano l’ordine di aprire il fuoco sui manifestanti, il posizionamento di cecchini sugli edifici pubblici, gli arresti arbitrari, le torture e il mancato soccorso ai feriti.
A Nayib viene attribuito anche il tentativo di coprire gli omicidi avvenuti nella moschea di al-Omari, uno dei luoghi simbolo delle prime proteste antigovernative. Una parte dei fatti contestati è stata qualificata dagli inquirenti come crimine di guerra.

Il conflitto siriano ha provocato, secondo le stime delle Nazioni Unite, circa 580 mila vittime e costretto milioni di persone a lasciare le proprie abitazioni, sia all’interno sia fuori dal Paese. La fuga di Assad in Russia, nel dicembre 2024, ha segnato la fine di oltre mezzo secolo di potere della sua famiglia, iniziato con Hafez al-Assad e proseguito, dal 2000, con il figlio Bashar.
A prendere il controllo del Paese sono state le forze guidate da Ahmad al-Sharaa, già leader del Fronte al-Nusra, formazione nata come branca siriana di al-Qaeda. Il nuovo governo si trova ora davanti a una delle prove più complesse: giudicare i responsabili delle violenze senza trasformare d’altro canto i processi in strumenti di vendetta politica o confessionale.
Maraam Abazeed, avvocata della pubblica accusa e legale di Syasneh e degli altri 56 querelanti, ritiene così essenziale che agli imputati venga garantito un processo equo. “Vogliamo che i siriani abbiano la certezza che la giustizia valga per tutti, senza eccezioni e senza distinzioni religiose”, ha dichiarato sempre al sito d’informazioni spagnolo.
Secondo la legale, questi procedimenti rappresentano un primo passo verso la costruzione di uno Stato di diritto, nel quale il potere giudiziario possa diventare il punto di riferimento per la tutela dei cittadini e per la soluzione delle controversie.
Il caso è rimasto per circa quattro mesi nelle mani di un giudice istruttore. In seguito, un altro magistrato ha formulato le accuse di omicidio, tortura, crimini di guerra e crimini contro l’umanità.
Il problema è che il Codice penale siriano, risalente al 1949, non contempla espressamente le ultime due accuse, appunto, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Una lacuna che rischia di ostacolare seriamente il lavoro dei magistrati e di ridurre la portata dei procedimenti.
L’avvocato Suleiman Aqrafan ricorda però che l’articolo 535 del Codice penale punisce l’omicidio e l’istigazione a commetterlo, prevedendo nei casi più gravi anche la pena capitale. La Siria, inoltre, ha aderito alla Convenzione contro la tortura e alla Convenzione sui diritti dell’infanzia. Proprio su questi trattati internazionali si sarebbe basato il giudice istruttore nella formulazione dell’atto d’accusa. In Parlamento è intanto in discussione una legge sulla giustizia di transizione. Qualora venisse approvata mentre il processo è ancora in corso, gli avvocati chiederebbero l’applicazione della nuova normativa, così da poter contestare pienamente i crimini di guerra, i crimini contro l’umanità e le torture.
Secondo Aqrafan, circa 6.000 detenuti sarebbero in attesa di processo e potrebbero rientrare nell’ambito della futura legge. Il numero, tuttavia, potrebbe aumentare con il proseguire delle indagini. Da rilevare che l’avvocato ritiene inoltre possibile una collaborazione con i Paesi dell’Unione europea e non esclude, in prospettiva, la creazione di tribunali misti composti da magistrati siriani e stranieri. Più prudente è la posizione di Anwar al-Bunni, avvocato e fondatore del Centro siriano per gli studi giuridici e la ricerca. Da anni impegnato nella difesa dei diritti umani, al-Bunni fu incarcerato e torturato dal regime, prima di trasferirsi in Germania nel 2014.
Proprio in Germania egli contribuì alla condanna del colonnello Anwar Raslan, ex ufficiale dei servizi segreti siriani che aveva conosciuto durante la propria detenzione e che incontrò casualmente anni dopo a Berlino. Al-Bunni teme però che l’attuale legislazione siriana non consenta di ricostruire del tutto e in maniera adeguata la catena di comando. Il rischio, sostiene, è che vengano giudicati soltanto gli esecutori materiali, lasciando fuori dai processi coloro che impartirono gli ordini, finanziarono le operazioni, coprirono gli abusi o ne controllarono l’esecuzione.

Per questa ragione propone la creazione di tribunali speciali indipendenti dal Ministero della Giustizia. Senza una reale autonomia della magistratura, avverte, i processi potrebbero essere percepiti come una resa dei conti tra vincitori e sconfitti.
Il Centro guidato da al-Bunni continua intanto a raccogliere prove e a promuovere procedimenti contro ex funzionari del regime rifugiati in Europa. In Siria, invece, organizza corsi e seminari destinati a magistrati e avvocati, con l’obiettivo di formare una nuova generazione di giuristi.
Un ruolo centrale spetta anche all’Organismo nazionale per la giustizia di transizione, presieduto da Abdelbaset Abdelatif. L’istituzione ha lavorato alla stesura della nuova proposta di legge insieme all’Università di Damasco, agli ordini professionali e alle organizzazioni della società civile.
Il testo dovrebbe rendere perseguibili le violazioni più gravi previste dalle Convenzioni di Ginevra: genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità, uso di armi chimiche, deportazioni e sparizioni forzate. È prevista anche una sezione dedicata al risarcimento dei danni materiali e morali subiti dalle vittime.
L’organismo ha già iniziato ad ascoltare i familiari delle persone uccise o scomparse, gli attivisti e le associazioni impegnate nella difesa dei diritti umani. L’obiettivo, ha spiegato Abdelatif, è accompagnare la Siria dalla guerra e dallo sfollamento verso uno Stato civile nel quale i cittadini possano godere pienamente dei propri diritti.
Oltre al procedimento contro Nayib, le autorità stanno esaminando altri episodi rimasti impuniti. Tra questi figura il massacro di al-Tadamon, quartiere di Damasco dove centinaia di civili furono uccisi e gettati in fosse comuni. Sono aperti anche fascicoli sui massacri di al-Joura e al-Qusour, nella provincia di Deir ez-Zor, dove nel 2012 decine di persone furono giustiziate o bruciate vive nelle proprie abitazioni.
Un altro capitolo riguarda gli attacchi chimici nella Ghouta, alla periferia di Damasco, e a Khan Shaykhun, nel nord del Paese. Secondo le Nazioni Unite, durante il conflitto sia il regime di Assad sia lo Stato Islamico hanno fatto ricorso ad armi chimiche.
Il sistema delle torture
I procedimenti aperti contro gli ex dirigenti del regime si inseriscono in un quadro molto più vasto di violazioni documentate negli anni da organizzazioni internazionali e agenzie di stampa. Nel rapporto Human Slaughterhouse: Mass Hangings and Extermination at Saydnaya Prison, Amnesty International descrive il carcere militare di Saydnaya, a nord di Damasco, come uno dei principali centri della repressione siriana. Secondo l’organizzazione, tra il 2011 e il 2015 fino a 13 mila detenuti, in gran parte oppositori o presunti tali, sarebbero stati impiccati in segreto dopo procedimenti sommari durati pochi minuti e privi di effettive garanzie difensive. Le esecuzioni si sarebbero svolte una o due volte alla settimana, prevalentemente durante la notte, coinvolgendo in alcuni casi gruppi di cinquanta persone. Amnesty ha inoltre denunciato pestaggi, privazione di acqua e cibo, mancanza di cure mediche e torture sistematiche.
Molti detenuti sarebbero morti anche senza una condanna formale, a causa dei maltrattamenti e delle condizioni disumane della prigionia. I corpi, secondo il rapporto, sarebbero stati trasportati e sepolti in fosse comuni nei dintorni di Damasco.
Nuovi elementi sono emersi anche da un’inchiesta pubblicata da Reuters nel 2025 e basata sul lavoro del Syria Justice and Accountability Centre. Nel carcere militare dell’aeroporto di Mezzeh sarebbero mancati più di mille detenuti tra il 2011 e il 2017, in seguito a torture, esecuzioni e maltrattamenti. Durante la guerra civile, almeno 29 mila persone sarebbero passate dalla struttura.

L’indagine si fonda sulle testimonianze di sopravvissuti ed ex membri degli apparati di sicurezza, su immagini satellitari e su documenti recuperati dopo la caduta del regime. Gli investigatori hanno inoltre individuato sette aree considerate possibili fosse comuni.
Reuters ha ricordato anche l’incriminazione, negli Stati Uniti, di alcuni ex ufficiali dell’intelligence dell’aeronautica siriana accusati di presunti crimini di guerra.
Associated Press ha invece documentato direttamente l’interno del carcere di Saydnaya dopo la caduta del regime. Le immagini e le testimonianze raccolte descrivono celle senza luce naturale, pavimenti coperti di fango e liquami, spazi di isolamento freddi e completamente bui.
La prigione era conosciuta dai sopravvissuti come “il mattatoio”. Secondo le stime richiamate dall’agenzia, tra 10 mila e 20 mila detenuti sarebbero transitati dalla struttura, molti dei quali sottoposti a torture, esecuzioni o trattamenti inumani.
Le ricostruzioni di Amnesty International, Reuters e Associated Press convergono, dunque, nel descrivere un sistema nel quale la detenzione non serviva soltanto a neutralizzare gli oppositori, ma diventava uno strumento di intimidazione e annientamento.
L’avvio dei processi offre oggi una prima possibilità di ottenere giustizia. Resta però difficile immaginare che Bashar al-Assad possa comparire personalmente davanti a un tribunale siriano, finché continuerà a beneficiare della protezione della Russia. Per Mouawiya Syasneh e per migliaia di altre vittime, il rischio è che vengano giudicati alcuni degli esecutori, mentre gli uomini che guidarono e organizzarono la repressione restino ancora lontani dal banco degli imputati.













