L’Azerbaigian e la sfida dello sminamento

L’Azerbaigian e la sfida dello sminamento

K metro 0 – Baku – Le guerre non finiscono davvero quando si smette di sparare. Cessano le operazioni militari, possono arrivare gli accordi, si aprono i negoziati e le diplomazie tornano a parlare di pace. Ma sotto la superficie, spesso, c’è una minaccia costante, che continua nei territori contaminati dalle mine, negli ordigni inesplosi

K metro 0 – Baku – Le guerre non finiscono davvero quando si smette di sparare. Cessano le operazioni militari, possono arrivare gli accordi, si aprono i negoziati e le diplomazie tornano a parlare di pace. Ma sotto la superficie, spesso, c’è una minaccia costante, che continua nei territori contaminati dalle mine, negli ordigni inesplosi nascosti nei campi, lungo le strade, vicino alle abitazioni, nei terreni agricoli e persino nei luoghi che dovrebbero rappresentare la memoria e la quotidianità di una comunità.

È questa una delle sfide più difficili dell’Azerbaigian del dopo-conflitto: trasformare la fine delle ostilità in una pace concretamente abitabile, là dove il contesto è chiaro: le mine e gli ordigni inesplosi hanno causato oltre 3.500 vittime dal 1991, tra uccisi e feriti, di cui 362 bambini e ragazzi e 38 donne, a testimonianza dell’impatto umano devastante della contaminazione da mine sulle popolazioni locali. Solamente dal novembre 2020, 437 persone sono state vittime di incidenti causati da mine e ordigni esplosivi, di cui 73 hanno perso la vita e 364 sono rimaste ferite. Circa 11.667 chilometri quadrati del territorio azerbaigiano risultano contaminati da mine e residuati esplosivi bellici, una realtà che ha reso l’azione umanitaria contro le mine una precondizione imprescindibile per qualsiasi progetto di ricostruzione, ritorno sicuro e sviluppo socio-economico nei territori coinvolti. Il ritorno alle proprie terre di circa 800.000 profughi interni resta ancora ostacolato dalla contaminazione. Al contempo, sono stati compiuti progressi significativi: da novembre 2020 sono stati bonificati oltre 297.000 ettari di terreno e sono stati individuati e neutralizzati 259.344 ordigni esplosivi, tra cui 192.329 ordigni inesplosi e 67.015 mine antiuomo.

Nell’ambito del “Primo Programma Statale per il Grande Ritorno”, seguito alla liberazione dei territori con la Guerra Patriottica di 44 giorni del 2020,  ad oggi circa 40.000 ex profughi interni sono stati riportati alle loro terre di origine. Attualmente circa 90.000 persone vivono nel Garabagh e nello Zangazur Orientale.

A Baku, il 2 e 3 settembre 2026, il tema della contaminazione dei territori sarà al centro della 4ª International Mine Action Conference, intitolata “Sminamento umanitario per la ripresa urbana: definire gli standard di eccellenza per insediamenti sicuri”. La conferenza sarà organizzata dalla Mine Action Agency of the Republic of Azerbaijan (ANAMA) insieme alle Nazioni Unite e riunirà rappresentanti governativi, organizzazioni internazionali, esperti, donatori e operatori del settore.
Il messaggio che l’Azerbaigian vuole portare sulla scena internazionale è semplice quanto impegnativo: non può esserci una vera ricostruzione senza prima mettere in sicurezza il territorio.

Nel Caucaso meridionale, il processo di normalizzazione tra Azerbaigian e Armenia ha conosciuto negli ultimi anni sviluppi significativi, compresa l’inizializzazione, nell’agosto 2025, del testo di un accordo di pace. Ma la costruzione della pace e ripopolare un territorio affrontano una variabile  estremamente concreta: poter tornare a casa senza rischiare di saltare su una mina.

Le Nazioni Unite sottolineano da tempo che la mine action non consiste semplicemente nel rimuovere ordigni: significa ridurre il rischio per le persone, assistere le vittime e creare le condizioni per la stabilità e lo sviluppo sostenibile.

Da qui la rilevanza dell’evento dei prossimi giorni a Baku. Si ricorda che anche in Italia, lo scorso aprile, presso il Senato Italiano, si era svolta la conferenza: “Sminamento: prevenire il pericolo, ricostruire il futuro. Il punto di vista dell’Azerbaigian”, che aveva posto l’accento sulla difficile situazione post bellica e sulle sfide quotidiane per il reinsediamento nei territori liberati.

La quarta edizione dell’incontro di Baku non vuole affrontare lo sminamento come un’attività isolata, separata dalla ricostruzione, ma cambiare prospettiva e mettere in evidenza il rapporto diretto tra bonifica, pianificazione urbana e sviluppo. La scala del problema sta spingendo anche verso una trasformazione tecnologica della mine action. Droni, sistemi digitali di mappatura, analisi dei dati, intelligenza artificiale e macchinari specializzati stanno diventando parte integrante della ricerca di nuove modalità per rendere le operazioni più rapide, precise e sicure.

L’Azerbaigian sta investendo anche nella dimensione internazionale di questa evoluzione. Nel 2024, UNDP e ANAMA hanno sottoscritto una dichiarazione d’intenti per la creazione di un International Centre of Excellence and Training for Mine Action, concepito come piattaforma per formazione, innovazione e scambio di competenze. La prospettiva è quella di trasformare l’esperienza maturata sul terreno in conoscenza condivisa: ciò che viene imparato durante la bonifica di un territorio può diventare una competenza utile anche in altri Paesi usciti da guerre e conflitti.

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