Iran-Usa, il mondo arabo teme una nuova guerra: cresce la pressione per un accordo

Iran-Usa, il mondo arabo teme una nuova guerra: cresce la pressione per un accordo

K metro 0 – Manama – Il timore di una nuova guerra tra Stati Uniti e Iran attraversa il mondo arabo. Dagli Emirati Arabi Uniti all’Egitto, dall’Arabia Saudita al Qatar, i governi della regione chiedono di evitare un’altra escalation militare che rischierebbe di coinvolgere basi americane, infrastrutture energetiche e rotte commerciali. Al vertice sulla sicurezza

K metro 0 – Manama – Il timore di una nuova guerra tra Stati Uniti e Iran attraversa il mondo arabo. Dagli Emirati Arabi Uniti all’Egitto, dall’Arabia Saudita al Qatar, i governi della regione chiedono di evitare un’altra escalation militare che rischierebbe di coinvolgere basi americane, infrastrutture energetiche e rotte commerciali. Al vertice sulla sicurezza di Manama, in Bahrein, è emersa una preoccupazione condivisa: un conflitto deciso a Washington e Teheran potrebbe avere conseguenze difficili da controllare per l’intero Medio Oriente.

A lanciare uno degli avvertimenti più espliciti è stato Anwar Gargash, consigliere diplomatico del presidente degli Emirati Arabi Uniti. Secondo il dirigente emiratino, un nuovo intervento militare complicherebbe ulteriormente la crisi senza offrire una soluzione rapida. Abu Dhabi auspica invece un risultato positivo della mediazione guidata dal Qatar, pur riconoscendo la distanza tra le richieste americane e quelle iraniane.

Il ministro degli Esteri egiziano Badr Abdelatty ha espresso una posizione analoga, avvertendo che una seconda fase del conflitto potrebbe essere ancora più distruttiva della precedente. Il Cairo teme soprattutto un allargamento delle ostilità, con conseguenze sulla stabilità regionale, sul commercio e sulla sicurezza della navigazione.

A nome dei sei Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo, il segretario generale Jasem Mohamed Al Budaiwi ha ribadito la disponibilità al dialogo con l’Iran, chiedendo però a Teheran di rispondere concretamente alle iniziative diplomatiche. Ha ricordato che gli Stati del Golfo non hanno cercato il conflitto, ma ne hanno subito gli effetti attraverso attacchi contro installazioni civili e infrastrutture strategiche.

Le preoccupazioni derivano anche dall’esperienza degli ultimi mesi. Dopo gli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran del 28 febbraio, la risposta iraniana ha colpito obiettivi nei Paesi del Golfo. Gli Emirati sono stati bersaglio di migliaia di droni e missili, mentre il Bahrein, che ospita la Quinta Flotta americana, è risultato particolarmente esposto.

La crisi ha inoltre evidenziato una contraddizione nella sicurezza regionale. Le basi statunitensi rappresentano una garanzia militare per i Paesi che le ospitano, ma possono diventare obiettivi prioritari in caso di scontro diretto con Teheran. Secondo un’analisi Reuters del 2 novembre, questo rischio alimenta il timore dei governi del Golfo di sostenere gran parte dei costi di decisioni sulle quali esercitano un’influenza limitata.

L’Arabia Saudita ha intensificato i contatti diplomatici per evitare una ripresa dei combattimenti. Anche il Qatar, che mantiene canali di comunicazione con Washington e Teheran, continua a svolgere un ruolo centrale nei negoziati indiretti.

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha confermato un’intensa attività diplomatica attraverso Qatar e Pakistan. Teheran sostiene di aver presentato una proposta che potrebbe consentire la riapertura dello Stretto di Hormuz in due giorni, a condizione che gli Stati Uniti accettino una serie di impegni preliminari.

Le trattative, tuttavia, non hanno ancora prodotto un accordo. Washington chiede garanzie verificabili sulla navigazione e mantiene aperta l’opzione militare, mentre l’Iran insiste sulla revoca delle restrizioni e sulle condizioni necessarie per riprendere il confronto sul programma nucleare.

L’avvicinarsi delle elezioni americane del 3 novembre aumenta l’incertezza. Donald Trump ha evocato nuovi attacchi contro l’Iran, ma non ha annunciato una decisione definitiva. I governi arabi temono che un eventuale ritorno alle operazioni militari possa innescare ritorsioni contro porti, aeroporti, impianti energetici e infrastrutture essenziali.

La posta in gioco va quindi oltre il confronto bilaterale tra Washington e Teheran. Per gli Stati del Golfo, la priorità è impedire che il proprio territorio diventi nuovamente un campo di battaglia. Per l’Egitto e gli altri Paesi arabi coinvolti nella diplomazia regionale, conta evitare un conflitto capace di destabilizzare commerci, mercati energetici e rapporti politici.

Il vertice di Manama mostra che una parte significativa del mondo arabo non vuole limitarsi a subire le conseguenze della crisi. Chiede invece di partecipare alla definizione di un nuovo equilibrio di sicurezza, nel quale la deterrenza militare sia accompagnata da negoziati e garanzie reciproche. Senza progressi concreti su Hormuz e sulle condizioni di un’intesa, però, la distanza tra Stati Uniti e Iran continuerà a rappresentare un rischio per l’intera regione.

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